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Tradizioni siciliane legate alla lavorazione del limone

Nelle zone di produzione vi erano delle fabbriche dell’alcool, composte di norma da due stanze: una grande dove si effettuava la lavorazione ed una più piccola adibita a forno. Il momento di maggior produttività fu poco prima della prima guerra mondiale.
Dalla trasformazione del limone si ottenevano i seguenti prodotti: essenza, cetrato e bucce di pastazzo.

Vi lavoravano decine di operai per lo più donne. La prima fase lavorativa veniva effettuata al di fuori della fabbrica, dove gli uomini effettuavano la raccolta dei limoni. Le donne appena arrivati i limoni in fabbrica li lavavano, li tagliavano a metà e con un arnese ricurvo “u cavaturi“ toglievano la polpa del limone. La buccia ottenuta si metteva dentro delle tinozze, dette “ciuffini”, piene di calce, la quale serviva per farle indurire. Dopo qualche ora le bucce, ormai dure, venivano spremute con una spugna di mare in una seconda tinozza dove all’estremità vi era messa un’asta di legno con un’altra spugna appesa, da questa lavorazione si otteneva l’essenza del limone.

Le bucce dopo averle spremute venivano ammucchiate assieme a della paglia spezzettata dalle quali si otteneva foraggio per animali, che veniva comprato dai pastori. Invece la parte interna del limone veniva spremuta in delle teglie assieme a delle sostanze che lo facevano indurire e veniva infornato. La tecnica per infornare era particolare infatti nelle pareti della stanza adibita a forno vi erano delle scaffalature in ferro, mentre al centro della stanza con delle pietre veniva fatto un cerchio dove si accendeva il fuoco e tramite una canna fumaria posta sopra il tetto veniva buttato fuori il fumo. Dal succo infornato si otteneva il cetrato che veniva tagliato, confezionato e portato ai rivenditori che lo mettevano in commercio.